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«Il latino è la lingua delle nostre radici ma funziona anche su Twitter» - Vatican Insider

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10/11/2012 

«Il latino è la lingua delle nostre radici ma funziona anche su Twitter»

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La liturgia in latino

Intervista con don Roberto Spataro, segretario della nuova Pontificia Accademia di Latinità istituita da Benedetto XVI

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

Con la pubblicazione del motu proprio che istituisce la Pontificia Accademia di Latinità, Benedetto XVI ha voluto sottolineare come oggi, nel contesto di un generalizzato affievolimento degli studi umanistici», appaia concreto «il pericolo di una conoscenza sempre più superficiale della lingua latina, riscontrabile anche nell’ambito degli studi filosofici e teologici dei futuri sacerdoti». Vatican Insider ha intervistato il latinista salesiano don Roberto Spataro, che Papa Ratzinger ha nominato oggi segretario della nuova Accademia

Don Roberto, che senso ha istituire un’Accademia per il latino nell’epoca di twitter? Non rischia di essere un’operazione nostalgica?

«Le rispondo anzitutto con un’osservazione: Twitter è uno strumento che impone una comunicazione rapida. Il latino, a confronto delle lingue moderne, per esprimere un concetto, in genere, adopera meno parole. Se dico in inglese “the corruption of the best one is horrible”, in latino, al posto delle otto inglesi, sono sufficienti tre parole: corruptio optimi pessima. Il latino è una lingua che aiuta a pensare con chiarezza, precisione e sobrietà. Tuttavia, il motivo principale che ha spinto il Santo Padre ad istituire questa Accademia è ancora più profondo: non si può e non si deve spezzare il legame con le radici della cultura umanistica che si è espressa in latino, nata nel mondo greco-romano, fiorita con il Cristianesimo, approfondita dall’Umanesimo, e che ha prodotto un patrimonio eccezionale di scienza, di sapienza, di fede».

Una questione di cultura, dunque…

«Senza questa cultura, diventiamo tutti più poveri. Dall’ethos dei popoli dell’Occidente e di altre regioni del mondo, viene tolta una parte dell’anima. Il latino è la lingua di maestri che non conoscono tramonto: Terenzio, con il suo homo sum, Cicerone con il suo concetto di humanitas e il suo ideale di res publica, Orazio con la sua aurea mediocritas, Livio con i suoi esempi di virtus, Seneca che ci insegna che tutti gli esseri umani, anche gli schiavi, hanno la loro dignità inalienabile, e tutti gli altri autori della Latinitas classica, argentea, aurea, postclassica, cristiana, tardomediovale, medievale, umanistica e neolatina.

Come opererà l’Accademia? Che cosa si può fare per far conoscere di più la lingua latina?

«L’Accademia, essendo un’istituzione scientifica, attiverà le iniziative tipiche di un organismo del genere: corsi, convegni, pubblicazioni. In particolar modo, nello Statuto, viene auspicata e sollecitata una stretta collaborazione con il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, fondato dal Papa Paolo VI nel 1964, nel quale anche io ho l’onore di insegnare. C’è, però, un dettaglio nel Motu proprio del Papa che mi sembra significativo. Egli dichiara che l’insegnamento del latino dovrà svolgersi con “metodi didattici adeguati alle nuove condizioni”. Credo che faccia riferimento al cosiddetto “metodo natura” che, dov’è applicato, ottiene grande successo. Ho l’esempio dell’accademia Vivarium Novum ove questo metodo viene impiegato: i giovani studenti, provenienti da ogni parte del mondo, in poco tempo apprendono il latino ed imparano a leggere i classici senza l’uso del vocabolario.

Qual è il rapporto esistente tra la lingua latina e la fede cristiana?

«È un rapporto di amicizia! Nella costituzione apostolica Veterum Sapientia di Giovanni XXIII (1962) si ricorda che la lingua latina è immutabile, dunque è fissata in registri ben definiti e sottratti alla mutevolezza delle lingue nazionali. Ciò le conferisce la possibilità di esprimere i concetti con chiarezza e solidità di pensiero. Il latino si è rivelato perciò una lingua validissima per comunicare il pensiero con certezza, forza, precisione, e ricchezza di sfumature. È perciò la lingua del magistero, soprattutto in materia dogmatica, ove non si ammettono ambiguità, e della liturgia, ove terra e Cielo si incontrano, e le res humanae, di per sé transeunti, sono immerse nelle res divinae, eterne ed immutabili nella loro perfezione».

All’ultimo Concilio il latino era ancora una lingua conosciuta dai padri conciliari. Quale sarà secondo lei la lingua del Vaticano III, quando si celebrerà?

«Non credo che la celebrazione del Concilio Vaticano III sia imminente. Tuttavia, è chiaro che l’editio typica dei documenti ufficiali non potrà che essere in latino!»

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